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CRESTA DI BROUILLARD E TRAVERSATA DELLE GRANDES JORASSES

41 ore di leggendario Alpinismo attraverso il Monte Bianco

Parte 1

Venerdì 16 Luglio, Gabriele, una Guida Alpina che sta lavorando sul Monte Bianco ci telefona.
“Ehi ragazzi, aspettate almeno un giorno”, ci dice con tono preoccupato.
“Io sono qui in zona Rifugio Torino e in questo momento sta venendo giù tutto!!”.

Per un attimo ci assale un enorme sconforto. 3 giorni di forti nevicate e vento hanno creato pericolosi accumuli di neve che hanno sovraccaricato i ripidi pendii del Bianco.

Contatto Mauro Opezzo, gentilissimo gestore del Rifugio Monzino, per chiedere come fossero le condizioni da quel lato della montagna e lui rammaricato mi risponde:

“Gabriel, qui sembra di essere tornati a Maggio. Bisognerebbe avere gli sci!! Comunque per ora non vedo nulla, le nuvole circondano il rifugio, ma sento i boati delle valanghe… fate voi ragazzi!”

Silenzio e pensieri negativi pervadono la testa. Il mal tempo di questi mesi non ci vuole lasciare, ma soprattutto continua a mantenere le condizioni delle grandi creste del Bianco, molto severe da percorrere.

Le previsioni meteo ci confortano almeno in parte, pare che stia arrivando una lunga finestra di alta pressione che porterà tempo stabile in montagna. L’unica pecca sono le altissime temperature anche in quota, zero termico intorno ai 4000-4200m.

Questo vuol dire che la tanta neve appena fatta si bagnerà molto, nei canali e sui pendii molto ripidi ci saranno continui scaricamenti di neve, probabilmente non ci sarà nemmeno il rigelo, se non alle quote più alte ed infine camminare nelle ore centrali della giornata sarà una pena.

Perfetto…

Su consiglio di tutti attendiamo un giorno prima di tornare a Courmayeur.

Sabato 17 luglio, siamo ai piedi del Monte Bianco, con il naso all’insù osserviamo le creste che dobbiamo scalare nei giorni a seguire, sono tutte bianche, inesorabilmente bianche.

Trascorriamo la giornata a leggere e riposare. Studiamo la relazione della Cresta di Brouillard e sfogliamo il libro di Ueli Steck per capire come aveva interpretato queste salite.

Accostare i nostri nomi e le nostre salite al più fenomenale alpinista contemporaneo ci sembra quasi una bestemmia, ma siamo qui per provare a concludere un enorme progetto alpinistico.

Questo è stato vissuto anche da lui pochi anni or sono e per tanto siamo curiosi di capire la sua storia.

Ueli è nella leggenda per le sue salite fast and light sulle Alpi e non solo.

Quello che più fa specie è che i suoi record non sono stati effettuati solo per dimostrare quanto lui era forte, ma sono dei veri e propri “allenamenti” per un progetto ancora più grande che aveva in mente e che sognava di vivere.

In fin dei conti siamo mossi da questa voglia di provare a spingerci sempre un pochino oltre.

Abbiamo bisogno di andare in quella zona d’ombra che sfugge alla nostra percezione.

Non so spiegare se questa cosa sia naturale conseguenza di una continua ricerca di qualcosa di più grande, ma so per certo che per qualcuno è quasi una necessità.

Abbiamo bisogno di sognare…

Domenica 18 luglio, iniziamo a salire verso il Rifugio Monzino, sole, caldo e cielo azzurro.

Siamo felici di aver aspettato qualche giorno per dare il tempo alla montagna di assestarsi.

Per poter affrontare certe salite abbiamo la necessità di trovare la serenità interiore, quello stato d’animo che permette di vivere la montagna con piacere e serenità, senza essere continuamente pressati dal pensiero negativo del pericolo di scariche improvvise o valanghe.

Passiamo a salutare Mauro Opezzo che ci accoglie offrendoci un buon caffè e acqua fresca. Scambiamo due battute e prima di ripartire ci augura buona fortuna.

Sa che la Cresta di Brouillard non è per nulla banale ed è consapevole che la presenza di tanta neve lungo la via non ci renderà la vita facile.

“Tanto ormai siete abituati a fare le invernali su queste creste… Mi raccomando, state attenti ragazzi”

Sono le 10, incontriamo qualche cordata che scende dal ghiacciaio del Brouillard e dalla Punta Innominata.

La neve è già fradicia e si sfonda fino oltre le ginocchia. Il sudore che cola dalla fronte è pieno di fatica, ma anche carico di voglia di lottare.

Arriviamo ai Bivacchi Eccles poco prima delle 13.00, siamo completamente fradici.

Perfortuna, nonostante le belle giornate, il minuscolo bivacco è vuoto e speriamo di rimanere soli anche per la notte.

Abbiamo qualche ora per poter riposare e per provare ad asciugare calze e scarponi. La neve fradicia ha bagnato i pantaloni, che hanno inzuppato i calzini, che hanno filtrato acqua nelle scarpe…disastro!

Lunedì ore 1.30 suona la sveglia, fuori dal bivacco ci sono le stelle, la temperatura non è fredda e la neve è ancora bagnata.

Il ghiacciaio del Brouillard tace dopo un pomeriggio di continue scariche e crolli. I coulor che scendono dal Monte Bianco sembravano dei fiumi in piena.

I boati delle pietre e della neve che precipitavano dalla montagna rendevano l’attesa inquietante.

Si può solo sperare e attendere, possiamo solo ascoltare la voce della Montagna e accettare le sue regole.

Nel silenzio dell’oscurità della notte senza luna ci caliamo sul ghiacciaio del Brouillard. Superiamo la crepaccia terminale e nel cieco buio puntiamo verso il Colle Emily Rey.

Al colle siamo già fradici, depositiamo gli zaini e seguiamo il filo di cresta per raggiungere prima la Punta Brouillard e poi la Punta Baretti.

Andiamo e torniamo.

Sul filo di cresta si cammina abbastanza bene, la neve porta e le leggendarie roccie instabili di queste cime sono bloccate dal rigelo della notte.

Beviamo del the e ripresi gli zaini al Colle ci abbassiamo verso il couloir che permette l’accesso al Picco Luigi Amedeo e al Monte Bianco.

Le condizioni che troviamo non sono per nulla invitanti, la tanta acqua colata nelle giornate precedenti ha cotto il ghiaccio rendendo “la cascata” un verticale nastro bianco di difficile interpretazione.

Le piccozze non si agganciavano particolarmente bene a quel ghiaccio bagnato e granuloso, ma soprattutto i ramponi, caricati con il peso del corpo non danno certezze, per qualche secondo stanno infissi nel ghiaccio e senza preavviso sfuggono via.

Il cuore batte forte e gli avambracci si gonfiano nell’intento di stringere il più possibile le piccozze.

Le viti da ghiaccio sono solo una bella immagine, ma sicuramente inefficaci, avvitate in quella cosa che ghiaccio non è.

Scalare lungo i tiri della “cascata” risulterebbe troppo pericoloso con quelle condizioni, così ricordando il racconto di Ueli Steck, individuo un passaggio più accettabile di misto a pochi metri a destra.

Con le poche protezioni mobili che abbiamo all’imbrago cerchiamo di salire e proteggerci al meglio. Lunghi run out e tanta tensione.

Sbagliare non è previsto in questo tipo di progressione.

Dopo l’ennesima lotta contro la montagna raggiungiamo un ripido pendio nevoso che passo dopo passo ci permette di salire velocemente in alto verso il Picco Luigi Amedeo.

Intanto il sole illumina il cielo e ci ricorda che il tempo scorre.

Siamo in vetta a 4469m, forse uno dei 4000 meno scalati delle Alpi, ma di sicuro uno dei 4000 che regala le emozioni più forti vista la posizione isolata nel cuore del versante sud del Monte Bianco.

La selvaggia Cresta di Brouillard non termina sul Picco Luigi Amedeo, anzi, ci aspettano ancora qualche sezione di scalata impegnativa per poi raggiungere la cresta nevosa che intercetta la salita della Cresta Innominata.

Raggiungiamo il colle sottostante con una breve doppia e iniziamo a scalare una verticale parete giallastra. I ramponi stridono sulla roccia, mentre salgo una gelida e ghiacciata fessura.

Faccio sosta su uno spuntone, Nicola continua lungo un diedro poco invitante, la corda tocca un sasso che come la pallina di un flipper inizia a rimbalare impazzito tra le rocce del diedro.

Mi sposto il più possibile a ridosso della parete, quasi a nascondermi dietro lo spuntone, ma non serve a nulla. Il sasso rimbalza e mi centra il ginocchio.

Urlo…e il dolore penetra nel corpo, mozzandomi il fiato. Impreco, come se servisse a qualcosa…ma l’unica cosa che posso fare è chiudere gli occhi e respirare profondamente.

“È solo una botta Gabriel” cercando di capacitarmi che quel dolore sarebbe passato.

Cerco di stendere la gamba, tocco il ginocchio e sento che si sta gonfiando. A piegarlo sento molto dolore, ma non resta altro che stringere i denti e andare avanti. Dobbiamo raggiungere la cima del Bianco.

Ancora per roccia e poi per neve, un susseguirsi di rampe di pietre accatastate e aeree cornici che guardano gli abissi sopra Courmayeur.
Ad un tratto Nicola grida “SASSOOOO!!!”

Stringo gli occhi e mi rannicchio.

Sento dolore e il sangue che mi cola lungo il viso…

Sconforto, urla e imprecazioni si scatenano in quegli attimi devastanti.
Vedo solo il rosso del mio sangue che cola e bagna guanti e vestiti.

La neve e le rocce…tutto è sporco del mio sangue.

20 metri sopra di me Nicola è fermo e in apprensione, mi sente imprecare, ma non vede quanto è grave il danno.

Cerco di raggiungerlo.

Prendiamo delle bende dallo zaino e blocchiamo il sangue che continua ad uscire dal profondo taglio che ho sulla fronte. Il sasso è riuscito a infilarsi tra casco e occhiali lacerando profondamente pelle e sopracciglio.

Per qualche secondo tutto è nero, penso che non voglio fermarmi e che questo sogno non può sfumare per uno stupido sasso.
Siamo sopra i 4600 metri di quota, io e Nicola, soli nella nostra disarmante consapevolezza.

Mi faccio coraggio, mentre il dolore alla testa continua ad aumentare. Mi ascolto per capire se sono intontito oppure se ho perdite di equilibrio. Sembra che tutto vada bene, sento solo un immensa stanchezza.

Alle 11.00 siamo in vetta al Monte Bianco per la seconda volta in questo viaggio.

Un sorriso tirato è tutto quello che riesco a fare. Una lacrima mi scorre lungo il viso mentre raggiungo la cima.

Una decina di persone ci salutano ammirate, vedendoci arrivare dal lato sud del Bianco.

Le guide del gruppo vedono subito che c’è qualcosa che non va e con grande spirito di solidarietà medicano la mia ferita con disinfettante e punti adesivi.

Ci incoraggiano a non mollare, ci riempiono le borracce di acqua e ci salutano mentre ci incamminiamo lungo la Normale dei 3 Monti.

Resta ancora da salire il Mount Maudit 4465m, scendere sul Glacier du Geant e traversare lungamente in direzione Rifugio Torino.

Stanchezza, caldo, neve marcia, sete.

Un passo dopo l’altro, dividendo mentalmente in piccoli step quel lungo percorso, riusciamo a raggiungere alle 16.30 il rifugio.

Sappiamo che abbiamo poche ore di riposo prima di affrontare la difficile Traversata delle Grandes Jorasses.

Ci “lecchiamo” le ferite e proviamo a sistemare i pensieri e i sentimenti della giornata appena trascorsa.

Ci proviamo…

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