Home » Blog » Cresta di Peuterey – La grandiosa salita al Monte Bianco pt.1

Cresta di Peuterey – La grandiosa salita al Monte Bianco pt.1

Aiguille Blanche de Peuterey
Parte 1
 
È il 66esimo giorno della nostra avventura, partita il 4 maggio con la salita al Gran Paradiso.

Giovedì 8 luglio, il meteo stenta ad aiutarci, le finestre di bel tempo scarseggiano e le condizioni per scalare le grandi creste delle Alpi non sono il massimo.

Un martedì di forte vento e temporali serali ha fatto da apri pista a una perturbazione che ha portato ancora neve in quota nei giorni seguenti.

Nonostante le previsioni meteo pessime, cerchiamo di sfruttare un intervallo di buon tempo per raggiungere il Rifugio Monzino.

Dal parcheggio della Val Veny, saliamo quasi come fosse un vertical… pare che dopo le 12.00 si scatenerà l’inferno e non vogliamo trovarci attaccati ai pioli di ferro del sentiero attrezzato che porta al rifugio sotto ai fulmini.

Anche se siamo in Italia, il temporale arriva puntuale come gli svizzeri.

13.50 il cielo si chiude, il colore nero delle nubi incute paura e il boato dei tuoni rimbomba nell’anfiteatro di vette che circonda il rifugio.

Mauro, il gestore del Monzino ci accoglie nel suo nido e da grande conoscitore delle svariete vie che partono proprio da li ci spiega tutto il necessario per avere le idee chiare su quello che possiamo fare.

In realtà siamo noi che non abbiamo le idee chiare sul dafarsi.

Fuori il temporale imperversa e diventa nevoso.

Beviamo una birra, guardiamo e riguardiamo le varie relazioni e le fotografie degli accessi alle creste, dove passano, la posizioni delle doppie e prendiamo atto di una via di fuga estrema dalla parte alta del ghiacciaio del Freney, le Rocheuse Gruber.

Il progetto è questo, il venerdì saliamo l’Aiguille Blanche di Peuterey e il Grand Pilier d’Angle, scendiamo e andiamo ai Bivacchi Eccles e il sabato puntiamo alla cima del Bianco attraverso la cresta del Bruillard.

I progetti… il bello dei progetti è che sei seduto dietro un tavolo e non ti devi scontrare con la realtà dei fatti.

Su consiglio di Mauro ci svegliamo alle 3.00 per provare a sfruttare un possibile rigelo della neve.

Iniziamo da subito a camminare su neve abbastanza portante, e avvolti dalle nebbie puntiamo con il GPS verso il Colle dell’Innominata.

La perturbazione ha lascito il suo passaggio sulla montagna.

Ci troviamo a camminare in 10 centimetri di neve fresca e le facili rocce che portano al colle sono di vetro.

Impossibile tenere nulla con le mani, l’acqua del temporale si è congelata diventando uno spesso e pericoloso strato di ghiaccio che ricopre tutto.

Perfortuna 10m di corda fissa, anch’essa congelata ci permettono di superare un infida placca altrimenti inscalabile.

In qualche modo arriviamo al colle da dove vediamo il ghiacciaio del Freney.

Siamo sopra alla nuvola che ci ostacolava la visibilità, troviamo le doppie e ci caliamo verso l’ignoto.

Di fronte a noi la situazione è abbastanza chiara, è tutto smaltato e ricoperto di neve. Sembra pieno inverno.

L’Aiguille Noire di Peuterey, il Picco Guglielmina e la Blanche sono ricoperte di ghiaccio.

Attraversiamo il Freney, legatura lunghissima, 30 metri.

Crepacci e seracchi ci circondano e la neve nuova copre le possibili insidie che si nascondono sotto i nostri piedi.

Puntiamo al ripido canale che sale tra le verticali pareti dalla Noire e della Blanche.

La via d’accesso normale all’Aiguille Blanche sono le Cenge Schneider oggi in modo assoluto non percorribili.

Superiamo la terminale e iniziamo a salire il canale che si fa sempre più ripido, il fondo da facile e nevoso diventa difficile e ghiacciato.

Arriviamo al culmine dell’intaglio e siamo sotto al Picco Guglielmina, difronte a noi appoggiato alla parete della Blanche su una piccolissima cengia c’è il Bivacco Craveri.

Nel mezzo di quell’angolo selvaggio di Monte Bianco un avamposto di civiltà pare confortante.

Ci fermiamo qualche minuto a bere qualcosa vicino al minuscolo bivacco.

Cerchiamo di assorbire quanto più calore dal sole che sorge tra le ripide guglie, prima di immergerci nell’obra della parete ovest della Blanche.

Traversiamo su un effimera cengia aiutati da qualche spezzone di corda fissa.

La parete ovest è ricoperta di neve e individuare il passaggio giusto diventa molto difficile.

Il tempo passa inesorabile mentre procediamo delicatamente tra precari passaggi di roccia e misto.

I guanti zuppi d’acqua si lacerano rovinosamente durante la scalata.

Siamo costretti a continuare a pulire la roccia per capire cosa tenere e per vedere dove appoggiare i ramponi.

Un tiro di corda molto difficile ci impegna notevolmente.

Stress e tensione iniziano a farsi sentire, superare alcuni tratti di placche ricoperte dalle neve diventa un lavoro abominevole.

Riusciamo a mettere poche protezioni per proteggerci e procediamo raschiando la piccozza nella neve nella speranza che si fermi su un appoggio.

Tutto è snervante e il gioco diventa pericoloso.

Finalmente riusciamo a raggiungere un canalino che ci porta sulla cresta tra dei gendarmi che si impennano verso il cielo.

In quel momento e in quelle condizioni l’unico modo per procedere è calarsi in un altro stretto canale sotto i gendarmi.

Abbandoniamo un cordino su uno spuntone e scendiamo.

Il canale è più difficile di quello che sembrava, superiamo un passaggio strapiombante di roccia e ghiaccio e risaliamo verso la cresta sud.

Dopo una lunga, dura ed estenuante battaglia con la parete ovest arriviamo sulle facili rocce della parete sud (lato Courmayeur).

Cerchiamo di scalare velocemente, la temperatura è piacevole, la roccia a tratti buona ci offre spuntoni e lame per aggrapparci, ma la neve copre insidiosi detriti e blocchi instabili.

Saliamo senza sosta, mentre il respiro affannato ci ricorda che sono 7 lunghe ore che lottiamo contro le disperate condizioni della Blanche.

La mente sotto stress dilaga in pensieri di sconforto. La cima non si vede e le difficoltà continuano.

Siamo palesemente provati e in quel momento ci sembra assurdo quello che stiamo facendo.

Raggiungiamo la cresta nevosa della Blanche che porta in vetta, ma non riusciamo a provare la solita emozione di gioia che ci hanno sempre regalato le altre cime.

Siamo a 4102m, davanti a noi ci sono altre 2 cime che dobbiamo scavalcare prima di raggiungere le soste per le doppie che portano al Colle di Peuterey.

L’affilatissima cresta di neve ci costringe a muoverci sempre con delicatezza e attenzione.

La struttura della neve è strana e in alcuni momenti pericola.

Scendiamo lungo un esile cornice e ad un certo punto la neve se ne va da sotto i piedi e sento il vuoto nello stomaco.

Urlo…e sono fermo.

I ramponi si appoggiano su qualcosa di solido. Il limite è stato superato abbondante e non c’è più margine.

Perfortuna le doppie ci aiutano a scendere sul comodo colle nevoso di Peuterey.

Guardo Nicola e vedo nei suoi occhi un palese sconforto.

“Oggi si è rotto qualcosa”, mi dice…

“Vorrei solo essere a casa, seduto sul divano insieme a Sara”.

“Oggi mi è passata la voglia di andare in montagna”.

L’unica possibilità in quel momento è raggiungere i Bivacchi Eccles, provare a mangiare qualcosa e riposare.

Oggi non sono solo i guanti a essere stati lacerati, ma anche la mente e lo spirito.

Siamo consapevoli che il margine tecnico riesce a colmare la tensione snervante della progressione in condizioni difficili, ma le emozioni negative e lo stress riescono a minare profondamente la tenacia.

Bagnati e stanchi siamo dentro al piccolo bivacco sospeso nel vuoto sopra il ghiacciaio del Bruillard.

La rete telefonica ci dona quel conforto necessario per continuare a lottare, parliamo per qualche minuto con le persone che ci vogliono bene e sprofondiamo nel nostro sonno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *